Cindy crede alla
reincarnazione, ha letto cose stupefacenti su una rivista mentre era dal
parrucchiere. Ne hanno discusso varie volte insieme nel tempo necessario a
perfezionare la permanente. Lui, Fernand, è persuaso di essere stato una
«chanteuse» nel periodo tra le due guerre, forse Lucienne Delyle, perché ogni
volta che sente la sua voce cantare «Mon amant de Saint-Jean» le forbici si
inceppano, l’asciugacapelli gli sfugge di mano, e gli arrivano immagini di
cabaret e di uomini con il monocolo che affluiscono da un al di là della
memoria. Cindy, da parte sua, immagina di essere stata una principessa russa
all’epoca di Pietro il Grande. Spesso vede se stessa con i suoi valletti attraversare pianure innevate in
una troika con i sonagli, e quando sente il nome «San Pietroburgo» il cuore
accelera.
È un peccato che, in generale, nelle nostre presupposte
reincarnazioni, la poesia non si estenda oltre uno o due fantasmi romanzeschi.
Nessuno sostiene di essere stato uno scarafaggio in un’altra vita, un pangolino
gigante, un pesce abissale del Pacifico, un tuco-tuco, detto anche ratto a
pettine della Patagonia, un macaco indiano o una salamandra cieca del Texas.
Un
tizio infelice in amore mi spiegò che nella vita precedente aveva vissuto come
marito monco di una donna-tronco di un circo svedese ma vi sfido a trovare
qualcuno che affermi perentoriamente di essere stato il bisnonno del suo
portiere o, essendo democratico, di essere la reincarnazione di un realista
della Vandea; se ebreo, di aver fatto parte dell’Inquisizione spagnola; o, se
un tempo è stato un grande capitalista sfruttatore delle miniere del nord, oggi
per punizione è militante di Forza Operaia. | Alcuni, a cui la teoria della metempsicosi
appare ancora troppo pesante, si accontentano di confondere la decomposizione e
l’estasi. Continueranno a vivere nell’aria, la terra, le piante e gli insetti
fecondati dal loro cadavere. Il signor Le Clézio intende la cosa solo in questo
modo: «Quando sarò morto, non avrò lasciato niente. Quanto avrò reso il mio
respiro al freddo, quando avrò reso la mia carne alla terra, quando avrò
restituito la mia anima al mondo, non avrò lasciato niente. Non sarò partito.
Non sarò in pace. Avrò smesso di sapere, ma in fondo niente sarà cambiato. Sarò
sempre vivo, sparso nel mondo senza orizzonte, sarò sempre, qui o là, nella
lotta per la vita. [….] Avrò aperto il sacco della mia autonomia, allora avrà
luogo il movimento soave e sereno dell’osmosi. Mi spanderò».
Questa serie di
proposizioni contraddittorie affermano al tempo stesso la permanenza e la
dissoluzione dell’io. Il pensiero di Le Clézio ha anche lati buffi; sostiene
comicamente che la Venere di Milo non sarebbe meno bella se ridotta in blocchi
di pietra; che il nonno nel forno crematorio ha acquistato leggerezza e
ampiezza; e infine che lo stesso libro di Le Clézio ridotto in ceneri valga
altrettanto, o forse più, di quando era leggibile (l’ultimo esempio è
particolarmente vero).
Tuttavia basta prendere un momento sul serio tale
pensiero, nella sua mistica del bio-degradabile, per capire la sua barbara
stupidità. Lo spiritualismo disprezza la materia, il materialismo disprezza lo
spirito, entrambi trascurano la consistenza della persona umana, corpo e anima,
il valore della sua storia unica, il peso dell’acrobazia senza rete della sua
responsabilità.
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La tesi della reincarnazione vorrebbe sfuggire allo stesso tempo
all’angoscia e all’ebbrezza di sapere che si vive e si muore una sola volta.
Contiene tuttavia intuizioni corrette: il legame di ciascun individuo con la
storia nel suo insieme, la risonanza del suo corpo con l’intero cosmo, la
comunione della sua anima non con alcune ma con tutte le anime, ciascuna delle
quali deve subire e sostenere le altre.
È vero che ho un legame con il marito
monco della donna-tronco; è vero che il nuoto subacqueo del pesce abissale o il
rosicchiare patagone del tuco-tuco non sono privi di rapporto con la mia vita;
è vero che porto qui e ora le conseguenze dell’imperatore Tang Gaozong, di
Torquemada, di Jean Jaurès o di Philippe Pétain.
Ma la tesi della reincarnazione si rifiuta
di riconoscere in quale misura tutto ciò mi spetta in modo insostituibile, che
l’esistenza non è una prima prova, che non c’è una seconda possibilità, non c’è
rivincita né ripescaggio dopo il trapasso. Cindy sogna ciò che sarebbe potuta
essere anziché darsi da fare per diventare ciò che è.
La credenza nella
reincarnazione porta a una vera e propria disincarnazione; immagina di essere
mediocremente principessa invece di accettare regalmente i propri compiti di
segretaria.
Ci si inventano più vite e più morti per non vedere più la propria
vita e la propria morte, gravide di tutta l’avventura umana.
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