Lettere al direttore, in: Avvenire 04.12.2011
Caro direttore, mi rivolgo a lei, da abbonato ad Avvenire, con una viva speranza. Sono divorziato e risposato … Circa sei anni fa, un sacerdote, di fronte al desiderio profondo e sincero di mia moglie e mio di poter essere riammessi ai Sacramenti dai quali eravamo esclusi, ci ha assicurato che un voto di castità di entrambi sarebbe stata la soluzione, Così abbiamo fatto e così abbiamo vissuto, Ora, due mesi fa, confessandomi, un altro sacerdote, non solo mi ha rifiutato l'assoluzione, ma ha troncato la confessione subito. Ovviamente, mi sono rivolto ad altri confessori, "avvertendoli" però prima di quanto successo. Rifiuto. Da voci diverse, la stessa porta chiusa: il sacerdote che ci aveva consigliato la soluzione del voto di castità si era sbagliato, o era stato troppo "leggero". Ora, a parte il trovarmi con un bel peso che grava sulla mia coscienza, per gli anni in cui, ignorando il divieto, ho continuato ad accostarmi ai sacramenti più importanti, non so proprio cosa fare. Anche perchè a mia moglie non è capitata, almeno non ancora, una simile situazione. Lei è dapprima rimasta molto perplessa del mio atteggiamento, ma ora , col suo perdurare, mi pone, e si pone, domande che credo siano anche per lei angoscianti. Non voglio farla lunga: a me basta un "sì sì, no no", nient'altro. Definitivo. (…) La prego, mi risponda come meglio crede, ma mi risponda, Non so sinceramente più a chi rivolgermi. In ogni caso la ringrazio, e le esprimo la mia stima incondizionata.
Lettera firmata | In casi di coscienza, in cui ci sono chiare direttive d'azione del magistero della Chiesa, non vale l'opinione di persone private, fosse pure di confessori, ma l'insegnamènto - che ogni direttore di coscienze deve conoscere - di chi nella Chiesa ha il "munus docendi", il compito cioè d'insegnare autenticamente - come dice il Concilio Vaticano II «la fede da credere e da applicare nella pratica della vita» (Lumen gentium 25). Il caso presentato dal lettore - valutato in modo discordante dai confessori - trova una parola risolutiva nell' esortazione apostolica Familiaris consortio del beato Giovanni Paolo II. In esso il Papa traccia, al n. 84, le linee dottrinali e pastorali da seguire verso quanti, «già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale, hanno cercato di passare a nuove nozze». Linee segnate da premura materna e servizio della verità. «I pastori e l'intera comunità dei fedeli - leggiamo nel testo - sono caldamente esortati ad aiutare i divorziati, procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita». Al tempo stesso « la Chiesa ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia». Una possibilità di ricevere il perdono sacramentale - e, per esso, accedere alla comunione eucaristica - è dischiusa per coloro che, pur non separandosi, fanno una scelta consapevole e libera di non vivere da marito e moglie. Per ciò stesso cade l'impedimento: «La riconciliazione nel sacramento della penitenza, che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - precisa il documento pontificio - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di | aver violato il segno dell' Alleanza e della
fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in
contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli non possono soddisfare l'obbligo della separazione, assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi». Astenendosi dagli atti propri del matrimonio, vale a dire dai rapporti sessuali, la relazione non è più coniugale, ma amicale. Non si tratta di un'astensione indotta - come taluni insinuano - da una visione negativa e pessimistica della sessualità. Ma piuttosto dal suo contrario, dalla considerazione alta e decisiva che la Chiesa ha della sessualità, al punto da contrassegnare lo status matrimoniale, da decidere della relazione propriamente coniugale tra un uomo e una donna. L'espressività sessuale segna il passaggio dal rapporto amicale alla comunione matrimoniale. Così che il suo libero venir meno mette fine alla contraddizione di una nuova coniugalità che contrasta con la prima: stabilisce come ci dice il Papa - «una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio». Astenendosi dagli atti propri del matrimonio, un uomo e una donna non vivono da coniugi, ma da amici o anche da fratello e sorella. Come tali, essi sono in uno status, in una relazione, che non osta né al perdono sacramentale né alla comunione . eucaristica. Alla luce di questo insegnamento, il «voto , di castità di entrambi» - di cui dice il lettore in questa sua lettera - adempie la condizione posta dall'esortazione apostolica: «astenersi dagli atti propri dei coniugi». Condizione che, congiunta all'altra - il pentimento per «aver violato [con la separazione] il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo» - e stanti «seri motivi» per continuare a vivere insieme, li riammette ai sacramenti della penitenza e dell' eucaristia. |