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'ATRIO
n.18 | |
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UNA BRUTTA SOLITUDINE. Qualcuno
preferirebbe non farsi troppe domande, adesso che si può eliminare l’ospite
inatteso quando è piccolo, minuscolo, quasi impercettibile. Non si vede, non
parla, non grida… non ha forza e diritti, o comunque, ne ha sempre meno di chi
può decidere di lui Nel confronto dei
diritti, sembra prevalere un solo diritto, quello della madre, dato che si dice
la gravidanza è al femminile. Anche il padre sembra non avere voce in capitolo.
Così per la donna
l’aborto non solo rimane sempre un dramma,
ma diventa anche l’esperienza di una invincibile solitudine. E poi c’è la
complessa problematica della diagnosi prenatale: con quali intenzioni viene
praticata? Quali sono le motivazioni buone e quali no? Si dice: c’è il
diritto ad avere un figlio sano, scartando quelli che presentano qualche
problema. Qualcuno forse
spera anche che, grazie alla tecnologia, domani i figli potremo “farceli” come
li vogliamo: sceglierne il sesso, l’aspetto e perfino il comportamento: maschi
o femmine, alti, biondi, ubbidienti… ma questo è ancora un figlio? Certo molti dicono
che parlando di diagnosi prenatale pensano a cose più serie e drammatiche:
malformazioni, handicap… e si pongono pesanti interrogativi: perché costringere
la donna e le famiglie ad una vita di sacrifici e rinunce? Perché costringere
figli disabili a disagi e sofferenze continue fino alla morte? Chi potrà
rispondere? Chi farà l’elenco degli handicap accettabili e di quelli non accettabili? Chi stabilirà la
misura della qualità della vita? Molti insistono
dicendo che comunque non si possono costringere le donne a tenere i figli anche
quando non li vogliono e poi, sostengono, chi l’ha detto che “quella cosa” è un
figlio? È comodo, ma
falso, voler mantenere una distinzione. “Quella cosa” è davvero un figlio e la
sua eliminazione non è accettabile. Dobbiamo anche
interrogarci sul perché una donna non vuole portare a termine una gravidanza,
ma soprattutto è necessario unire le forze per evitare quello che per la donna
e per tutti rimane un dramma. E se per l’umanità
“accogliere la vita” è certamente una premessa di civiltà e di serena
convivenza, per il cristiano ogni concepito è una creatura che Dio affida
all’amore degli uomini. don Renato | GRAZIE AL POPOLO DELLA VITA
Nella nostra comunità di San
Girolamo abbiamo già realizzato un “Progetto Gemma” per adottare una mamma in
attesa e così abbiamo aiutato a nascere:Antonio. Giovanni Paolo II nell’Enciclica
«Evangelium Vitae», ha scritto: “Rispetta, difendi, ama e servi la vita umana!
Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e
felicità!” . Questa cultura
della vita, dell’accoglienza e dell’uguaglianza nei confronti dei più deboli e
indifesi, prima di tutto del bambino concepito e delle loro mamme, è diffusa
anche mediante attività di formazione attraverso pubblicazioni, iniziative legislative
e sociali, convegni scientifici e tavole rotonde. Alla base
dell’impegno del Movimento per la vita c’è la contemplazione dell’uomo nella
fase più povera e piccola della sua esistenza quando egli non è ancora nato ed
è fragile, invisibile, senza voce, interamente affidato all’amore della madre,
di chi gli è vicino e di tutta la società. Vorrei ricordare il
numero verde che funziona 24 ore su 24: 800813000, a cui possono rivolgersi le
mamme che si trovano ad affrontare una maternità difficile o indesiderata. Si mette in moto subito un
meccanismo, anzi una rete, un tessuto di amicizia pensati per queste mamme che
hanno bisogno di comprensione, sostegno spiri-tuale e forse soprattutto di un
aiuto materiale. Vi invitiamo tutti
caldamente a partecipare alle iniziative proposte. Il vostro aiuto contribuirà
sicuramente a realizzare i progetti che il Movimento per la vita si è
prefissato di raggiungere. |
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IL MIO ORTO Da un articolo della comunità
monastica dell’Eremo di Monte Giove (Fano) dove stanno cercando di portare
avanti uno stile di vita semplice ed essenziale, riflettendo sulla crescita,
non solo economica, del Paese. Per valutare la crescita di un
paese si è soliti considerare il famoso PIL (Prodotto Interno Lordo), secondo
il quale la ricchezza di un Paese è data dal valore monetario delle merci, cioè
i prodotti e i servizi scambiati con denaro. Un esempio per capirci meglio: Se percorro un tratto di strada con
un’automobile, consumo carburante e quindi aumento il PIL; se inoltre,
disgraziatamente ho un incidente, sfascio l’automobile, vengo portato al pronto
soccorso, aumento ancora di più il PIL, perché devo riparare l’auto, l’ospedale
utilizza dei materiali per guarirmi, ecc... insomma faccio girare denaro.
Se invece produco nel mio orto frutta e verdura, (con una
qualità superiore della frutta e verdura che si trovano al supermercato) questi
sono beni, ma non merci e quindi non
aumentano il PIL perché non faccio girare denaro. Una società basata sul modello
di crescita secondo il PIL tende a sostituire progressivamente i
beni con le merci; inoltre ha bisogno di merci che diventino superate in
breve tempo per abbreviare i tempi di sostituzione e ha necessità di persone
che non siano “capaci” di produrre beni e
quindi siano costrette a comprare tutto. Un altro modello di società
potrebbe essere quello che considera ricchezza la disponibilità di beni necessari a
soddisfare i bisogni essenziali (che sono quelli spirituali e relazionali) e si
colloca al di fuori del meccanismo del consumo. Una società che: · preferisce produrre beni
invece che acquistare merci. (Un esempio: Lo yogurt fatto in casa è
qualitativamente superiore a quello comprato al supermercato; inoltre non
produce rifiuti, non deve fare centinaia di chilometri per giungere sul mio
tavolo). · si limita a produrre sotto forma
di merce soltanto ciò che non può essere autoprodotto sotto forma di bene. · non ha pregiudizi antitecnologici.
Anche qui un esempio: è necessaria molta più tecnologia per costruire una casa
che per il riscaldamento impieghi 4-7 litri di gasolio per metro cubo (come
succede a Bolzano) invece che 20-25 litri (che è la media nazionale italiana). · rivaluta il lavoro manuale ed
artigianale unificando di nuovo il sapere come si fanno le cose (cultura
scientifica) con la ricerca del senso per cui si fanno (cultura
umanistica). · promuove una concezione di lavoro
slegata dalla rimunerazione economica. Ad esempio: perché è considerato
lavoratore chi produce i famosi Babbo Natale che si arrampicano sui balconi
(del tutto inutili), mentre una casalinga che dedica tempo ai figli o a qualche
parente anziano invece no? Non si tratta, crediamo, di volere ritornare
nostalgicamente a un tempo passato o di voler creare una società chiusa in se
stessa, ma forse è nostro dovere evitare la riduzione della persona a
consumatore o acquirente, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo, ma
l’uso. Vorremmo cercare di attribuire più im-portanza alla qualità, alla gioia,
al condividere e non al competere... Ci sono già
persone che vivono così, ad esempio i gruppi legati ai Bilanci di Giustizia e
ai GAS (Gruppo di Acquisto Solidale); parliamo di persone singole o famiglie
che, unendosi, realizzano stili di vita diversi. Tante possono
essere le attuazioni, basta un poco di creatività. per approfondimenti |
LOURDES COMPIE 150 ANNI. Testimonianze di persone che si sono recate in pellegrinaggio al Santuario di Lourdes. (interviste a cura di Rita F.L.) Iniziamo la serie con Giovanna e Flaviano Morri , ormai veterani di questa
esperienza (33 viaggi). Quando vi siete recati a Lourdes
per la prima volta? Flaviano:
Credo che sia stato il 1983. In treno con l’UNITALSI di Forlì, perché ero direttore di banca in
quella città. Andammo come pellegrini, ma l’impatto emotivo determinato dal
confronto con tanta gente ammalata, fu talmente grande che, fin da subito, ci
riproponemmo di tornare prestando servizio. Giovanna:
Flaviano voleva accompagnare la madre, che ci teneva tanto. Poi le vicende
della vita, il desiderio di tornare a vivere più in profondità il proprio
cammino di fede, l’aiuto che in certi momenti si cerca nella preghiera, ci
hanno spinti a tornare ogni anno a Lourdes, come se la Madonna ci aspettasse. Il pellegrinaggio è
un’esperienza più individuale o più comunitaria? Flaviano:
L’esperienza del pellegrinaggio è sempre al contempo individuale e comunitaria.
Si parte con tanta gente, ognuno con le proprie motivazioni interiori e ci si
ritrova poi alla Grotta a pregare. In quei momenti lì ci sei tu e la Nostra
Signora; vedi ripercorrere la tua vita come in un film, affidandola alla
Madonna. Si trova un spiritualità interiore anche in mezzo a tanta folla. Giovanna:
La carica spirituale che propaga da quel luogo riesce a farti concentrare nel
dialogo interiore con Maria Immacolata, a farti vivere intensamente la
preghiera, non come una semplice pratica devozionale, ma come un colloquio
franco, sincero, concreto con la Madonna. Ricordi particolari? Giovanna:
In 33 anni i ricordi sono tanti come pure i volti delle persone che abbiamo
incontrato e le storie personali . Ciò che colpisce di più resta sempre la pace
interiore, la serenità che leggi nello sguardo dei malati che assisti o dei
pellegrini che incontri; il vero miracolo di Lourdes è davvero la letizia con
cui si ritorna alle faccende quotidiane: tutto acquista un valore diverso, come
trasfigurato dall’esperienza del pellegrinaggio. Flaviano:
Al rientro a casa si è pervasi da un senso di benessere che ti spinge ad una
maggiore attenzione alle tante situazioni di povertà, materiale e spirituale
che si incontrano nel quotidiano. Tuttavia ti accorgi che la “fonte” è sempre
là che ti attende per rigenerarti! |
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Racconta
padre Raniero Cantalamessa: «Qualche anno fa ho
fatto un ritiro a Londra in una chiesa anglicana. Ad un certo punto avevo
preparato un bell’insegnamento, naturalmente molto ecumenico, e il Signore a
colazione mi ha detto: No, no, lascia da parte; parla della Madonna oggi! Ho
fatto un insegnamento a questi fratelli anglicani, cominciando così: «Cari
fratelli, noi cattolici siamo responsabili se presso i protestanti si fa tanta
fatica ad accogliere Maria, abbiamo esagerato, abbiamo spesso presentato Maria
come argomento polemico da gettare in faccia ai protestanti, siamo ora
obbligati ad aiutarci a ritrovare la Madonna».
Ed ora ascoltatemi: ho fatto un insegnamento di un’ora tutto sulla Madonna,
partendo dalla Bibbia. Non ho mai visto gente piangere durante un mio
insegnamento come a Londra tra questi anglicani. Immaginate degli inglesi che
piangono! Ho saputo poi che il video di quella lezione è nella loro libreria,
dove vendono libri e lo fanno andare continuamente». «Sono stato predicare negli Stati Uniti e ho ricevuto l’invito ad andare nel più grande Seminario metodista del mondo nel Kentuky, per insegnare loro come annunciare la Parola di Dio. Sono cose che mi commuovono perché io non ho niente di speciale, solo che è lo Spirito che ci unisce e i fratelli protestanti sentono e capiscono, come lo sentiamo noi, che nello Spirito siamo una cosa sola. M.
Enrica, del gruppo per l’ecumenismo | |