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'ATRIO  n.18
maggio / giugno 2008

UNA BRUTTA SOLITUDINE.

   
    Per la donna l’aborto è sempre un dramma, ma per il feto che cos’è?

Qualcuno preferirebbe non farsi troppe domande, adesso che si può eliminare l’ospite inatteso quando è piccolo, minuscolo, quasi impercettibile.

Non si vede, non parla, non grida… non ha forza e diritti, o comunque, ne ha sempre meno di chi può decidere di lui

Nel confronto dei diritti, sembra prevalere un solo diritto, quello della madre, dato che si dice la gravidanza è al femminile. Anche il padre sembra non avere voce in capitolo.

Così per la donna l’aborto non solo rimane sempre un dramma,  ma diventa anche l’esperienza di una invincibile solitudine.

E poi c’è la complessa problematica della diagnosi prenatale: con quali intenzioni viene praticata? Quali sono le motivazioni buone e quali no?

Si dice: c’è il diritto ad avere un figlio sano, scartando quelli che pre­sentano qualche problema.

Qualcuno forse spera anche che, grazie alla tecnologia, domani i figli potremo “farceli” come li vogliamo: sceglierne il sesso, l’aspetto e perfino il comportamento: maschi o femmine, alti, biondi, ubbidienti… ma questo è ancora un figlio?

    E se domani cambiassimo idea oppure cambiasse la moda? Un figlio è per sempre!

Certo molti dicono che parlando di diagnosi prenatale pensano a cose più serie e drammatiche: malformazioni, handicap… e si pongono pesanti interrogativi: perché costringere la donna e le famiglie ad una vita di sacrifici e rinunce? Perché costringere figli disabili a disagi e sofferenze continue fino alla morte?

Chi potrà rispondere? Chi farà l’elenco degli handicap accettabili e di quelli non accettabili? Chi stabilirà la misura della qualità della vita?

Molti insistono dicendo che comunque non si possono costringere le donne a tenere i figli anche quando non li vogliono e poi, sostengono, chi l’ha detto che “quella cosa” è un figlio?

È comodo, ma falso, voler mantenere una distinzione. “Quella cosa” è davvero un figlio e la sua eliminazione non è  accettabile.

Dobbiamo anche interrogarci sul perché una donna non vuole portare a termine una gravidanza, ma soprattutto è necessario unire le forze per evitare quello che per la donna e per tutti rimane un dramma.

E se per l’umanità “accogliere la vita” è certamente una premessa di civiltà e di serena convivenza, per il cristiano ogni concepito è una creatura che Dio affida all’amore degli uomini.

don Renato


GRAZIE AL POPOLO DELLA VITA

Nella nostra comunità di San Girolamo abbiamo già realizzato un “Progetto Gemma” per adottare una mamma in attesa e così abbiamo aiutato a nascere:Antonio.
    Per finanziare le attività del Movimento per la vita, abbiamo pensato alla distribuzione di torte, la prima domenica di maggio. L’incasso servirà a fronteggiare le spese che il Movimento per la vita sostiene, per promuovere una cultura della vita che dia un fondamento di ragione e di amore all’intera società.

Giovanni Paolo II nell’Enciclica «Evangelium Vitae», ha scritto: “Rispetta, difendi, ama e servi la vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità!” .

Questa cultura della vita, dell’accoglienza e dell’uguaglianza nei confronti dei più deboli e indifesi, prima di tutto del bambino concepito e delle loro mamme, è diffusa anche mediante attività di formazione attraverso pubblicazioni, iniziative legislative e sociali, convegni scientifici e tavole rotonde.

Alla base dell’impegno del Movimento per la vita c’è la contemplazione dell’uomo nella fase più povera e piccola della sua esistenza quando egli non è ancora nato ed è fragile, invisibile, senza voce, interamente affidato all’amore della madre, di chi gli è vicino e di tutta la società.

Vorrei ricordare il numero verde che funziona 24 ore su 24: 800813000, a cui possono rivolgersi le mamme che si trovano ad affrontare una maternità difficile o indesiderata.

Si mette in moto subito un meccanismo, anzi una rete, un tessuto di amicizia pensati per queste mamme che hanno bisogno di comprensione, sostegno spiri-tuale e forse soprattutto di un aiuto materiale.

Vi invitiamo tutti caldamente a partecipare alle iniziative proposte. Il vostro aiuto contribuirà sicuramente a realizzare i progetti che il Movimento per la vita si è prefissato di raggiungere.

                                     Rita Volponi Barone

IL MIO ORTO

Da un articolo della comunità monastica dell’Eremo di Monte Giove (Fano) dove stanno cercando di portare avanti uno stile di vita semplice ed essenziale, riflettendo sulla crescita, non solo economica, del Paese.

Per valutare la crescita di un paese si è soliti considerare il famoso PIL (Prodotto Interno Lordo), secondo il quale la ricchezza di un Paese è data dal valore monetario delle merci, cioè i prodotti e i servizi scambiati con denaro.

Un esempio per capirci meglio: Se percorro un tratto di strada con un’automobile, consumo carburante e quindi aumento il PIL; se inoltre, disgraziatamente ho un incidente, sfascio l’automobile, vengo portato al pronto soccorso, aumento ancora di più il PIL, perché devo riparare l’auto, l’ospedale utilizza dei materiali per guarirmi, ecc... insomma faccio girare denaro.

Se invece produco nel mio orto frutta e verdura, (con una qualità superiore della frutta e verdura che si trovano al supermercato) questi sono beni, ma non merci e quindi non aumentano il PIL perché non faccio girare denaro.

Una società basata sul modello di crescita secondo il PIL tende a sostituire progressivamente i beni con le merci; inoltre ha bisogno di merci che diventino superate in breve tempo per abbreviare i tempi di sostituzione e ha necessità di persone che non siano “capaci” di produrre beni e quindi siano costrette a comprare tutto.

Un altro modello di società potrebbe essere quello che considera ricchezza la disponibilità di beni necessari a soddisfare i bisogni essenziali (che sono quelli spirituali e relazionali) e si colloca al di fuori del meccanismo del consumo. Una società che:

·   preferisce produrre beni invece che acquistare merci. (Un esempio: Lo yogurt fatto in casa è qualitativamente superiore a quello comprato al supermercato; inoltre non produce rifiuti, non deve fare centinaia di chilometri per giungere sul mio tavolo).

·  si limita a produrre sotto forma di merce soltanto ciò che non può essere autoprodotto sotto forma di bene.

·  non ha pregiudizi antitecnologici. Anche qui un esempio: è necessaria molta più tecnologia per costruire una casa che per il riscaldamento impieghi 4-7 litri di gasolio per metro cubo (come succede a Bolzano) invece che 20-25 litri (che è la media nazionale italiana).

·  rivaluta il lavoro manuale ed artigianale unificando di nuovo il sapere come si fanno le cose (cultura scientifica) con la ricerca del senso per cui si fanno (cultura umanistica).

·  promuove una concezione di lavoro slegata dalla rimunerazione economica. Ad esempio: perché è considerato lavoratore chi produce i famosi Babbo Natale che si arrampicano sui balconi (del tutto inutili), mentre una casalinga che dedica tempo ai figli o a qualche parente anziano invece no?

Non si tratta, crediamo, di volere ritornare nostalgicamente a un tempo passato o di voler creare una società chiusa in se stessa, ma forse è nostro dovere evitare la riduzione della persona a consumatore o acquirente, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo, ma l’uso. Vorremmo cercare di attribuire più im-portanza alla qualità, alla gioia, al condividere e non al competere...

Ci sono già persone che vivono così, ad esempio i gruppi legati ai Bilanci di Giustizia e ai GAS (Gruppo di Acquisto Solidale); parliamo di persone singole o famiglie che, unendosi, realizzano stili di vita diversi.

Tante possono essere le attuazioni, basta un poco di creatività.

per approfondimenti

www.descrescitafelice.it

LOURDES COMPIE 150 ANNI. 

Testimonianze di persone che si sono recate in pellegrinaggio al Santuario di Lourdes. 

(interviste a cura di Rita F.L.)

Iniziamo la serie con Giovanna e Flaviano Morri , ormai veterani di questa esperienza (33 viaggi).

Quando vi siete recati a Lourdes per la prima volta?

Flaviano: Credo che sia stato il 1983. In treno con l’UNITALSI  di Forlì, perché ero direttore di banca in quella città. Andammo come pellegrini, ma l’impatto emotivo determinato dal confronto con tanta gente ammalata, fu talmente grande che, fin da subito, ci riproponemmo di tornare prestando servizio.

Giovanna: Flaviano voleva accompagnare la madre, che ci teneva tanto. Poi le vicende della vita, il desiderio di tornare a vivere più in profondità il proprio cammino di fede, l’aiuto che in certi momenti si cerca nella preghiera, ci hanno spinti a tornare ogni anno a Lourdes, come se la Madonna ci aspettasse.

Il pellegrinaggio è un’esperienza più individuale o più comunitaria?

Flaviano: L’esperienza del pellegrinaggio è sempre al contempo individuale e comunitaria. Si parte con tanta gente, ognuno con le proprie motivazioni interiori e ci si ritrova poi alla Grotta a pregare. In quei momenti lì ci sei tu e la Nostra Signora; vedi ripercorrere la tua vita come in un film, affidandola alla Madonna. Si trova un spiritualità interiore anche in mezzo a tanta folla.

Giovanna: La carica spirituale che propaga da quel luogo riesce a farti concentrare nel dialogo interiore con Maria Immacolata, a farti vivere intensamente la preghiera, non come una semplice pratica devozionale, ma come un colloquio franco, sincero, concreto con la Madonna.

Ricordi particolari?

Giovanna: In 33 anni i ricordi sono tanti come pure i volti delle persone che abbiamo incontrato e le storie personali . Ciò che colpisce di più resta sempre la pace interiore, la serenità che leggi nello sguardo dei malati che assisti o dei pellegrini che incontri; il vero miracolo di Lourdes è davvero la letizia con cui si ritorna alle faccende quotidiane: tutto acquista un valore diverso, come trasfigurato dall’esperienza del pellegrinaggio.

Flaviano: Al rientro a casa si è pervasi da un senso di benessere che ti spinge ad una maggiore attenzione alle tante situazioni di povertà, materiale e spirituale che si incontrano nel quotidiano. Tuttavia ti accorgi che la “fonte” è sempre là che ti attende per rigenerarti!



UNA MADRE CHE UNISCE

Racconta padre Raniero Cantalamessa:

«Qualche anno fa ho fatto un ritiro a Londra in una chiesa anglicana. Ad un certo punto avevo preparato un bell’insegnamento, naturalmente molto ecumenico, e il Signore a colazione mi ha detto: No, no, lascia da parte; parla della Madonna oggi! Ho fatto un insegnamento a questi fratelli anglicani, cominciando così: «Cari fratelli, noi cattolici siamo responsabili se presso i protestanti si fa tanta fatica ad accogliere Maria, abbiamo esagerato, abbiamo spesso presentato Maria come argomento polemico da gettare in faccia ai protestanti, siamo ora obbligati ad aiutarci a ritrovare la Madonna».  Ed ora ascoltatemi: ho fatto un insegnamento di un’ora tutto sulla Madonna, partendo dalla Bibbia. Non ho mai visto gente piangere durante un mio insegnamento come a Londra tra questi anglicani. Immaginate degli inglesi che piangono! Ho saputo poi che il video di quella lezione è nella loro libreria, dove vendono libri e lo fanno andare continuamente».

«Sono stato predicare negli Stati Uniti e ho ricevuto l’invito ad andare nel più grande Seminario metodista del mondo nel Kentuky, per insegnare loro come annunciare la Parola di Dio. Sono cose che mi commuovono perché io non ho niente di speciale, solo che è lo Spirito che ci unisce e i fratelli protestanti sentono e capiscono, come lo sentiamo noi, che nello Spirito siamo una cosa sola.

M. Enrica, del gruppo per l’ecumenismo