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'ATRIO  n.13
giugno / agosto 2007

Dal 4° Convegno Ecclesiale Nazionale (Verona 2006), alcune riflessioni estratte dall’intervento del prof. Adriano Fabris, ordinario di filosofia morale.

IL LAVORO E LA FESTA

Oggi viviamo in un’epoca in cui molti credono che tutto sia lavoro, e molti altri credono che tutto sia festa.

NEL 2008

TI SPOSI?

Corso

di preparazione

al matrimonio

 

Incontri mensili

in parrocchia

da ottobre 2007

ad aprile 2008.

 
Ci sono quelli che non smettono mai di lavorare: o perché non possono farne a meno (in quanto sono costretti, ad esempio, dalle condizioni di flessibilità del lavoro) o perché non vogliono farne a meno (in quanto sono dominati dalla ricerca del profitto).

60°
di ORDINAZIONE
SACERDOTALE di
DON GIUSEPPE
BONINI.
10 giugno 2007
ore 11 Santa Messa seguita da pranzo comunitario
 
E ci sono quelli per cui la festa è tutto (e tutto è festa!): una festa per lo più senza obblighi, un tempo di disimpegno e di ozio, che deve essere lasciato vuoto, e che sovente, proprio in quanto tempo vuoto, pesa.

Non è difficile trovare esempi, in una stessa famiglia, di questi atteggiamenti contrastanti.

Casella di testo:  Possiamo pensare al padre che fa del lavoro la sua religione, e che lo fa, almeno così dice, per “lasciare qualcosa” ai figli. Ma, lavorando senza interruzioni, questo padre i suoi figli non li vede mai, non li vede crescere e così non cresce insieme con loro, e i figli a loro volta sentono la sua assenza. Perciò, lungi dal costituire un esempio di vita, il modello del “padre indefesso lavoratore” provoca reazioni di rigetto.

I figli rivendicano il loro essere oziosi: tanto non devono lavorare per sopravvivere. E allora semplicemente godono, e magari sperperano, ciò che il padre ha guadagnato con il suo sacrificio. Ma né il padre né i figli, in verità, sono appagati.

Il padre, prima o poi, finisce per domandarsi che scopo ha, davvero, tutto il suo lavorare; e i figli, pur godendo del benessere accumulato dal padre, sono frustrati, in quanto un tale benessere non è prodotto da loro, non è frutto del loro lavoro.

giugno-agosto 2007

 
Allo stesso modo potrei parlare del lavoro incessante di quelle madri per cui oggi il lavoro, sia fuori di casa che dentro casa, è visto come un obbligo a cui corrispondono le pretese di quei figli per i quali tutto appare dovuto e mai sufficiente.

Questi due esempi ci mostrano quanto sia necessario l’opportuno equilibrio nel rapporto fra lavoro e festa.

Certo: ci sono momenti in cui può anche essere in­dispensabile dedicarsi totalmente e in maniera assorbente al lavoro, così come, in certi momenti di grazia, tutto nella nostra vita può apparire una festa.

Si tratta appunto di momenti: dobbiamo allora re­cuperare il ritmo che scandisce questi due modi del nostro vivere.

Il comandamento che dice “Ricordati di santificare le feste”, ci invita a ricordare che il tempo non è tutto uguale, e che c’è un tempo che ci domanda di essere santificato.

Non basta alla festa essere solo un’occasione di svago. O semplicemente l’occasione per altre forme di agire nelle quali sperimentiamo altre possibilità del nostro essere.

È festa quando si coglie l’opportunità di ritornare a noi stessi, evitando la dispersione quotidiana, recuperando concentrazione e raccoglimento. Ecco perché, accanto alle vacanze al mare e in montagna, sono dette vacanze anche quelle che si passano nei monasteri.

Nella festa, infatti, recuperiamo il senso del nostro tempo, non facendoci assorbire completamente dalle incombenze quotidiane, ma anzi distaccandoci da esse e guardandole con occhio nuovo.

Il ritorno a sé, la concentrazione, permette a chi si raccoglie in se stesso, di riscoprire di essere una persona in relazione e questo raccoglimento, questa concentrazione si realizzano nel modo migliore se vengono vissuti insieme con gli altri.

Ecco perché la festa è sempre festa comunitaria e festa della comunità. Anzi: essa rivela, più precisamente, la comunità in festa.

Ed ecco perché il vero soggetto della festa non sono io, ma siamo noi. Con tutto il carico di legami e di affettività che questa dimensione comunitaria comporta.

 

estratto dall’introduzione del prof. A. Fabris
 a cura di don Renato - 3

SANDRA, UNA RAGAZZA DA AMARE.

Ogni anno, a maggio, nella nostra parrocchia, ci riuniamo intorno all'altare per un'ora di adorazione Eucaristica a ricordo di Sandra Sabattini, nipote del nostro don Giuseppe Bonini.

Sandra, che è vissuta nel giardino terreno solamente ventitré anni, ci ha lasciato, col suo esempio e coi suoi scritti, un fiore spirituale da cui attingere ogni giorno il profumo della vita!

L'Amore immenso che ha nutrito per il suo Signore “Donatore” di tutto, ha fatto accrescere in lei una fede profonda, piena di Consapevolezza, di forza dell'Attesa che dura una vita... 

Una fede tramutata nella gioia di donare il suo tempo libero dai vari impegni quotidiani, ai poveri, agli emarginati, agli ultimi, per mezzo della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Ecco alcuni brani tratti dal suo diario:

Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c'è nulla a questo mondo che sia tuo – Sandra – renditene conto! È tutto un dono su cui il “Donatore” può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l'ora»

(Diario, 27 Aprile1984).

 

 

 

GITA DI PRIMAVERA

Ad accoglierci è il tipico paesaggio toscano delle bellissime terre in Garfagnana. Dal pullman possiamo ammirare la vallata del Serchio col Ponte Del Diavolo, davvero origi­nale. Un pranzo condiviso a Barga, città descritta anche in una poesia del Pascoli, col suo dominante duomo romanico dedicato a San Cristoforo.

La visita si fa più emozionante ed interessante quando, nel pomeriggio, saliamo verso le Alpi Apuane bianche di marmo, precisamente alle cave del bacino di Colonnata dove osserviamo da vicino questa preziosa pietra calcarea, tagliata a fette come la polenta, ridotta in lastre e trasportata in ogni dove e dalla quale, essendo composta da carbonato di calcio, si ricava anche il dentifricio.

E noi che pensavamo al marmo collegandolo alla Pietà di Miche­langelo ed alle innumerevoli opere d'arte esistenti  in Italia e nel mondo!

Il secondo giorno è tutto “musicale” perché, dopo aver ammirato l'e­stesa spiaggia della Versilia, ci tuf­fiamo nella storia del melodramma italiano, visitando la casa del grande compositore Giacomo Puccini, a Torre Del Lago.

Le note ci accompagnano anche sul battello che ci porta ad esplorare il Lago di Massaciuccoli.

Da quel momento in poi ci parliamo cantando, imitando gli attori-cantanti della Bohéme proiettati in pullman attraverso un dvd.

Il terzo giorno Lucca è la meta più intensa: le mura, le chiese, le piazze, il duomo con la tomba di Ilaria del Carretto, la piazza Anfiteatro piena di piante e fiori....

Il nostro viaggio termina, in Toscana, con la Messa celebrata  nel santuario di Santa Gemma Galgani ed in Emilia-Romagna col rosario nel santuario di San Luca a Bologna.

Una gita davvero  bella e serena.

Rita F.L.

MIA MADRE

Ieri è stato il giorno più triste della mia vita: ho seppellito mia madre.

Quando ho dato l’ultimo sguardo al suo dolce e adorabile volto e ho contemplato i suoi capelli bianchi, ero consapevole di guardarla per l’ultima volta.

In quel momento tanti pensieri mi sono venuti alla mente.

Quante volte con mia moglie, di po­me­riggio o di sera, le abbiamo portato i bambini, perché li tenesse con lei in modo da permetterci di andare al ci­nema o alla festa di qualche amico.

Lei non ha mai detto di no; mai si è permessa di dire che aveva altri im­pegni o progetti, o almeno io non me ne ren­devo conto.

Un giorno le avevo promesso di comprarle un biglietto per portarla a teatro, visto che le piaceva molto. Ma poi mi dimenticai di comprarglielo.

Una volta, mentre eravamo al pani­ficio, mi accorsi che aveva una maglia un po’ vecchia e consumata. Mi ri­promisi di accompagnarla a un nego­zio, per comprargliene una nuova.

Sapevo che lei, pur avendone biso­gno, mai me l’avrebbe chiesta. Però mi sono lasciato prendere da altre cose e così mia madre ha continuato a por­tare quella maglia sgualcita.

Ricordo anche il suo ultimo comple­anno. Le avevamo mandato un mazzo di azalee bianche, bellissime, con un biglietto: «Ci dispiace di non essere con te in questa occasione, però questo mazzo di fiori ti porta tutto il no­stro amore».

Quella sera c’era un programma in­teressante alla televisione e poi, più tardi, dovevamo uscire con i nostri amici.

L’ultima volta che ho visto mia madre viva è stato alle nozze di un cugino; si notava che stava invecchiando e appa­riva stanca.

Allora pensai di mandarla in vacanza dal fratello, che ha una casa al mare.

Così avrebbe potuto prendere un po’ di sole e non apparire tanto pallida. Però non lo feci, perché in quel momento avevo cose più importanti da sbrigare.

Ora mi rammarico per tante cose; se potessi riscrivere le pagine del passato le comprerei tutte le maglie del mondo, la porterei al cinema e resterei con lei il giorno del suo compleanno.

Se potessi tornare indietro, la mande­rei in vacanza dal fratello e le farei visi­tare i luoghi dove desiderava andare.

Purtroppo, ora è troppo tardi. Lei è in cielo e mi duole il cuore al pensiero di tante opportunità perdute.

Quanto sarebbe stato diverso se avessi letto, prima, una lettera come questa!

                                     un figlio

(da: A.Pangrazzi, Vivere il tramonto,  ed. Erickson)

 

IL PRANZO (al sacco)
CONDIVISO

Durante  i nostri incontri mensili della Caritas parrocchiale, è nata l’esigenza di “educarci”, “aprirci” verso gli altri attraverso gesti e parole che rendano concreta la nostra vita nella fede, per donare qualcosa di noi.
Per questo abbiamo pensato che mettere insieme un qualcosa per condividerla, poteva essere una esperienza meravigliosa ma so-prattutto modo per partecipare   agli altri la loro importanza per noi.
È nata così l’idea del pranzo al sacco, da condividere anche con chi  non avesse niente da portare.
A partire dal 27 febbraio, tutti martedì di Quaresima, la sala parrocchiale è diventata il nostro refettorio dove consumare il “prandium” preparato a casa con amore ed attenzione.
E’ stato bellissimo, apparecchiare, preparare i tavoli, e gustare poi le portate cucinate da noi, insieme anche ai commensali giunti per caso.
Sono sicura che questo approccio possa diventare un incontro tra chi dà e chi riceve nello spirito della solidarietà cristiana da ripetersi con maggiore frequenza.

         Anna D.T.

 

IL SENSO (CAMMINO)
DI UN’ESPERIENZA

La proposta del “PRANZO (al sacco) CONDIVISO”, aperto anche a chi in quel momento passava per la strada è partita con un po' di scetticismo perché già la Caritas Diocesana, non molto distante come sede, opera in tale direzione.

A me, invece, è parso un invito per riconoscermi appartenente ad una comunità cristiana che cerchi di vivere nel nome di Cristo, realizzando una convivenza, un clima ed un ritmo umano diverso dal solito, capace di colpire chi l'osserva come qualcosa di nuovo, di strano, di sconvolgente.

Quelli che hanno aderito, hanno dimostrato una disponibilità ed una amicizia che non vorremmo andassero perse. Perché scopriamo che non solo stiamo insieme per impotenza e solitudine generate da momenti di prova intensa, che porterebbero ad appoggiarsi su trame precarie ed illusorie che sembrano agguati più che tracce per un cammino vero e re­ale.

Ma soprattutto perché, consapevoli dei nostri limiti e tradimenti, siamo anche sicuri della grazia che ci viene donata e rinnovata ogni giorno, per cui il senso della vita di ognuno è Cristo e il cammino verso la Verità passa attraverso un'esperienza. Il «noi» diventa pienezza dell' «io».

La comunità cristiana intesa così, inesorabilmente crea una nuova ci­viltà.“Cristo non toglie nulla, dona tutto”.

Gabriella S.V.

 

POESIA
Buon Dio, perché Caino?

TOMMY, ricordi ancor
quel tempo
di tua vita fugace,
quando gaio e festoso
muovevi i primi passi
su questa cruda terra?
 
Strappato con violenza
dal tuo nido felice
torturato nel pianto
fino alla morte…
 
Mio Dio, perché non vedi?
 
Buon Dio, perché non senti
il pianto straziante e le grida
dei bimbi rapiti e torturati,
dei bimbi violentati,
innocenti profanati;
sorrisi spenti dall’odio
della guerra e della fame,
impediti perfino di nascere?
 
Perché Caino uccide ancora?
 
Tu che tutto puoi, perché?
Perché non alzi la tua mano?
Perché tanto silenzio?
 
Nel tremendo silenzio
di Dio si leva pietosa
la voce di Cristo innocente
che implora morendo:
Padre, perdona loro,
perché non sanno
quello che fanno.
                                      
                                     Giovanni
Vannoni